Home   |   Personaggi   |   Racconti   |   Poesie   |   Cose così  

 

SALVATORE GALIPO’

Guardia bosco

Nel panorama della società di mezzo secolo fa,sovente,si poteva osservare la presenza di alcune qualifiche professionali tali da rappresentare,per la,loro immediatezza, un anacronistico spaccato di vita strettamente connesso con le esigenze di una immediata percezione.-

Necessità pratiche,senza fronzoli,senza divagazioni, come era nell’uso della gente di estrazione “terziaria”,semplice, perché la funzione ne fosse facilmente captata e diligentemente rispettata.-

Così,per esempio,un nostro compaesano si fregiava dell’incarico molto pratico di “guarda fili”,qualifica che oggi,più pomposamente avrebbe assunto altre connotazioni “ispettoriali”;

un vigile si sarebbe chiamato “mastr’agghiazza”,maestro di piazza,ed il custode del cimitero,sbrigativamente ,”camposantaro” o “beccamorto”.-

Anche il signor Galipò ha ricoperto un’ analoga sbrigativa qualifica ,il “guardia bosco”,indossando,nell’esercizio delle sue funzioni, l’autorevole copricapo con fregio e visiera pari ad una “guardia municipale” dell’epoca,anche se ciò non aggiungeva dignità ad una persona conosciuta ed apprezzata da tutti i concessionari dei lotti del bosco Amola-Morco.-

Una figura,forse,addirittura, riverita poiché,più che un controllore,una controparte,per gli interessati rappresentava una fonte di indubbio riferimento,sullo scenario di una caducità di eventi dovuti alle fibrillazioni politiche e militari del momento.-

Nessuna incertezza,dunque,che la figura del “guardia bosco”, in un momento in cui “mancavano diciannove soldi per fare una lira” si ingigantisse al punto da rappresentare un “giudice monocratico”,all’orizzonte di una autarchia che spingeva verso ogni minimo mezzo di sostentamento.-

Era nato,così, il famoso “orticello di guerra” !

Una concessione, in enfiteusi, di esigui spazi a famiglie numerose, poneva sull’altro piatto della bilancia una maldestra norma da rendere quasi inutilizzabile i pur buoni propositi delle autorità e mortificate le aspettative dei concessionari.- Tale fondamentale condizione pretendeva il rispetto della flora presente,con la salvaguardia degli alberi già esistenti in una piuttosto caotica macchia mediterranea,spesso, a picco sulla valle.-

Ma qui venne in aiuto la bonomia,l’altruismo,la nobiltà d’animo di un autentico padre di famiglia che, nelle sue relazioni comunale, indicava l’abbattimento di una quercia o di un sughero come l’eliminazione di una “fichera selvatica”,ossia di una pianta spontanea di fico.-

Se esistesse questo tipo di arbusto  nel vastissimo universo vegetale locale,non mi è dato sapere,ma sono certo che, anche se fosse esistita solo nella mente di un  uomo di così grande generosità,non mi verrebbe difficile credere che la pianta fosse largamente presente nel bosco della nostra cittadina.-

Merito riconosciuto dai nostri genitori al signor Galipò, l’aver consentito,complici,per la verità, le amministrazioni di turno,che una zona coperta da una boscaglia senza alcun valore,si trasformasse in migliaia di ulivi la cui funzione sostituì pienamente e con profitto quella di querce, sugheri ed eriche.-

Pagine di storia umana, scritte e velocemente rimosse dalla frenesia di un modo di apparire che non rende onore alle nostre origine e non fanno le nostre tradizioni …!

Uomini veri ,celati dietro un anonimato di maniera …umili ,altruisti,magnanimi…che hanno scritto pagine di storia locale !.!

Don Salvatore,sicuramente, fu uno di questa grande schiera di benpensanti e disinteressati operatori di giustizia spicciola,giornaliera che,nell’esercizio delle funzioni,usarono il criterio e la coscienza ,piuttosto che i manuali ed i regolamenti.-

 

Tuttavia,nella vocazione del giovane Galipò non c’era,certamente,l’obiettivo di un posto al riparo da indesiderati capovolgimenti.-

Non era quello il periodo,né quelle le intenzioni per gente dalle connotazioni forti,dure e determinate.-

Però ,ai buoni propositi personali,spesso,viene meno la disponibilità di un destino che ti vuole provare oltre ogni ragionevole sopportazione ed,immancabilmente,vince.-

Il signor Galipò viene richiamato alle armi nella guerra del 1915/18 ,viene inviato sul fronte del Carso,assieme ad altri commilitoni e qui,assegnato ad un reparto d’assalto.-

Nessun tentennamento passò per la mente di don Salvatore,niente che lo riconducesse agli affetti familiari,quando intravide nella linea di fuoco un baluardo da difendere contro un nemico invasore, quasi fosse il limite estremo di casa propria.-

Con le sue fasce grigioverdi,i suoi scarponi ,il suo elmetto carenato,un fucile in mano con la baionetta in canna si ributtò nella mischia,nuovamente diretto verso ciò che doveva condizionargli la vita per sempre.-

Tornò in Patria,dopo una lunga degenza,appoggiandosi ad un bastone che non avrebbe mai più abbandonato,per un ginocchio deflagrato ad opera di un proiettile di un soldato nemico.-

Medaglie e riconoscimenti,certamente,ma anche una vita immolata sull’altare di un semplice “SI” gridato con giovanile ardore alla chiamata della Madre Patria.-

Sembrerebbe un “romanzo d’appendice” ed invece è una realtà la cui ,purtroppo,irreversibilità sarà stata vissuta chissà come da chi  avrà visto camminare speditamente sulle gambe persone senza alcun visibile merito se non quello di facili ed autorevoli appoggi.-

Tuttavia,visse di soddisfazioni ,pagando, anche qui, un ulteriore tributo di dolore,accanto alla signora Genoveffa che lo gratificò della sua dedizione e di di tanta affettuosa prole.-

Morì nel 1982 ad 92 anni d’età.-

30 gennaio 2006                                                                     Tano Raneri