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PEPPINO BERTE’

Meccanico

Si sa,i primi artefici del nostro “destino” siamo noi stessi,ma,spesso,siamo,anche, vittime inconsapevoli di altrettanto ignari “correttori” di percorsi ,che ti rendono la vita ben più complicata del previsto  .-

Si pensi al riscatto di un genitore per un suo traguardo fallito; oppure all’elevato  “badget” di un noto casato, o,ancora, al necessario tener dietro a quel solito rampollo di quel solito parente ben…attrezzato .-

Insomma,quasi mai si è padroni dei propri destini .-

Chi scrive,ad esempio,nell’immaginario paterno ,doveva essere un “dentista”, a fronte di una più prosaica attività di meccanico, cui fortemente aspirava .-

Dunque ?

 ”Ne tu leto ,né iò cunsulatu”:c’est la vie !

Il mio   modello, dai miei otto anni in su, era ,guarda caso,don Peppino Bertè, nell’officina del quale trascorrevo tutte le mie ore libere (ed erano tante) .-

Quella tuta celestina,  con cerniera bianca, dal colletto  destro (negligèe) all’inguine sinistro,forse residuo post bellico, rappresentava l’orgoglio per don Peppino e la massima aspirazione per un bambino che incominciava a sognare .-

Un “colpo d’occhio” che mi riportava ad una rara foto di Tazio Nuvolari ,propendendo per il signor Bertè che un’auto non ce l’aveva,la patente di guida neppure ,ma che,dopotutto, era presente e, per di più, più bello di lui .-

La sua officina si trovava ai piedi della rampetta di via Piave,esattamente dove ora sorge un garage privato,dirimpetto a via Letizia,ed in quegli angusti locali,resi unici da opportuni interventi,facevano mostra una sequenza di chiavi,un paio di crik, una bombola di ossigeno per un acetilene autarchico ed un paranco per l’estrazione di motori .-

Fuori,nello spiazzo, le solite due “Balille” di Naso,il solito camioncino cittadino dallo schessis sempre rotto ed un discreto numero di auto di salute cagionevole dell’hinterland, affidate alle sue cure essendo l’unico meccanico a portata… d’uomo.- 

Era il tempo in cui un’automobile esalava l’ultimo respiro,solo se il proprietario ne  decretava il “de profundis”,o quando da cavallo da trotto veniva  trasformata in  quadrupede da tiro, con cassone e cabina .-

La permuta od il riciclaggio ? Cose fantascientifiche .-

Su questo palco, a far concorrenza ad un cantiere per la costruzione di carretti,proprio lì dirimpetto,c’era don Peppino Bertè che, tra una sonora risata,qualche salace battuta ed un pugno di “spilazzi” (ritagli di tessuto) tra le mani ,metteva il suo notevole ed onorevole  naso tra fili ingarbugliati e pistoni da fasciare .-

Ma,come era nelle tradizioni più consacrate dell’epoca,le ore di lavoro non erano mai troppe e sull’incombente crepuscolo, si stagliava anche il solito modo di rendersi utili, un po’ per noia,un po’ per calcolo.-

Don Peppino Bertè,su questo fronte ne fu un esempio.-

Dando fondo alla sua capacità di dialogo con chi della sua voce ne faceva un…romboante frastuono, scelse, come seconda attività, di continuare a scrutare aggeggi dal suono più “umano”e dalla melodia più dolce, nelle cabine delle sale cinematografiche .-

Proprio così,come si direbbe oggi,si inventò “operatore cinematografico” con tanto di palchetto, sedia superaccessoriata (più alta, vah) e  con due buchi nel muro:uno per lui,l’altro per il proiettore .-

E qui,come si direbbe oggi,il personaggio emerse con tutta la capacità di chi riusciva ad essere tale perfino quando l’immagine non era a fuoco,restando,tra gli immancabili fischi degli intolleranti, l’emblema del sano passatempo per adulti, piccini e …morti di sonno .-

Poi il tempo trasformò un po’ le cose .-

L’officina divenne più grande,l’ultimo rampollo si sostituì al padre,gli anni cominciarono a pesare e scese ,silenzioso,il bisogno di reinventarsi .-

Don Peppino,smessi i panni di meccanico,abbandonata la sua attività all’Odeon,ormai stanco,si rifugiò nel suo passatempo preferito perché,finalmente,rombi e motori,dialoghi ed immagini si rimescolassero nel sereno mormorio della risacca .-

Scelse,forse, la solitudine,Lui che tanto aveva ascoltato,adagiandosi sulle rive del mare, attaccato ad una lenza perché il confronto, pur tenue,con la probabile preda fosse ciò che lo rendeva ancorché  partecipe di una natura da contemplare.-

Una sua consolazione a tanto lavoro,quel bicchiere di rosso vino che amava bere con gli amici come ad esorcizzare una “cosa” che avrebbe atteso tranquillamente come ineluttabile volontà del fato .-

Morì nel 1980 ad 84 anni d’età.-

Tano Raneri (12.11.2004)