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Saranno
stati in pochi o, forse, nessuno, in quella gelida giornata
di febbraio del 1933, verso le quattro del mattino, ad
assistere all'arrivo di un giovane "ciclista"
dal viso violaceo su cui si stampavano folate di vento
di un freddo cane.
Quasi
del tutto sconosciuto nella sua nuova comunità, il giovane
Peppino, figlio d'arte, ben presto avrebbe iniziato
la sua penetrazione nel tessuto urbano ritagliandosi
spazi con una risolutezza tale da esserne giusta cornice
ad un carattere che "non doveva chiedere mai".
Nato
da certi Nicolo che, dopo una nidiata di femmine, regalò,
per grazia ricevuta, una statua di S. Espedito alla Chiesa
madre Gioiosana, egli stesso, impalmata l'avvenente signora
Carmela, ne pareggiò il conto con una prole di poco inferiore
e di segno opposto alle sue sorelle, per assenza di un
ulteriore figlio maschio. |
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Ma
non cedette alla tentazione ... celeste, avendo sempre
contato sulle Sue personali risorse. E su questo campo,
dunque, con le sole armi della sua perseveranza, orlandino
d'adozione, combattè le sue battaglie con la vita al
di là di ogni ragionevole limite, ricevendo una medaglia
d'oro al merito ed il Cavalierato della Repubblica Italiana.
Ma,
come spesso accade, anche per l'albino signor Costa
non furono tutte rose e fiori poiché proprio là dove
le umane debolezze si scontrano è fatale che a soccombere
sia, pur nella diversità delle rispettive posizioni,
il reciproco, prezioso rispetto.
Così
che, per quel senso intenso, quasi asfissiante, dell'amicizia,
(sua intima necessità per riequilibrare rapporti umani
e funzione pubblica), non sempre oltrepassò indenne
le trame di quanti ritenevano il "garante amico"
un essere da manipolare a piacimento come un "flessibile"
di loro esclusiva proprietà". Dunque, poteva apparire
intransigente, pignolo, perfino scomodo nell'esercizio
di un incarico non sempre benevolo ed, in realtà, proprio
su questo altare sarebbe stato proprio Lui a sacrificare
il Suo più intimo patrimonio e la preziosissima serenità,
non solo personale.
Ma
tant'è...: "fortunatamente la vita di relazione
non comincia e finisce ad opera di ignoti...".
Don
Peppino Costa morì nel 1975, a soli 69 anni, senza a
gioia di una casa propria, senza un'auto in cui specchiare
il proprio orgoglio, senza neanche una bicicletta, ma
con la dignità di chi può fare a meno di saluti negati,
di adulazioni in liquidazione, di inaccettabili compromessi.
Tano Raneri
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