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GIUSEPPE GIULIANO

Marmista

 

Chi, al calar del sole,percorreva la via Piave,all’incrocio con via Trieste,sovente,poteva deliziarsi delle rimbombanti note di una tromba a stantuffo dentro la quale soffiava don Giuseppe Giuliano .-

Per i naturali era un fatto ormai scontato,ma,per i meno pratici,il sentir suonare con tale foga suscitava una giustificata meraviglia perché pochi sapevano che don Giuseppe Giuliano era “professore di tromba” ,anche se una “Banda” in cui esibirsi non ce l’aveva .-

Se si cimentasse in pezzi di bravura erano in pochi a scommetterci,ma che il solfeggio fosse la sua attività musicale preferita,era cosa risaputa da tutti .-

A don Giuseppe,tuttavia,la ripetitività non disturbava più di tanto,convinto come era che un”buon esercizio” fosse il viatico ad una buona esecuzione per una questione di…litri ,cioè di quella capacità di incamerare aria per una discreta ed efficace estensione delle amate “note” .-

Caratterizzava ,don Giuseppe,una spiccata tendenza umoristica anche quando era lui medesimo a farne le spese;spesso,infatti,attribuiva le sue performance “trombali” alla impossibilità di avere la meglio sulle sue quattro donne di casa,suscitando l’immancabile sorriso nell’interlocutore .-

Che le sue esercitazioni si verificassero al crepuscolo,poi,aveva una logica spiegazione ove si voglia far mente locale sull’attività primaria del soggetto .-

Infatti,era raro che, a quell’epoca,un’abitazione Orlandina non si fregiasse di scalini e soglie in marmo che non provenissero dalla ricercata arte di don Peppino,come,parimenti,era difficile trovare un monumento che non riconducesse ad un’unica matrice .-

Un altro aspetto del carattere di don Giuseppe era quella simbiosi tra uomo e lastra che sfociava in una quasi reciproca considerazione,lasciando che ognuno dei due aderisse alle proprie funzioni nel miglior modo possibile .-

Lui,dunque, contrapponeva alla pesantezza ed alla solennità del “bianco di Carrara” la sua serafica calma senza strafare,senza improvvisazioni perché ogni cosa andasse lentamente,ma fermamente,al proprio posto .-

Insomma,filosofia o no dell’esistere,don Peppino se non trovava qualcuno con cui dividere l’onere di un gravoso peso, lasciava che il “coso” riposasse in santa pace assieme al suo destinatario .-

Perciò,non aveva fretta,non si agitava .-

Anzi, delle sue esperienze ne aveva fatto un tale tesoro da accostarsi alla sua arte nel modo più congeniale alle esigenze del momento,lasciando che il manico della “mazzotta”,per esempio, fosse una semplice appendice ad un attrezzo che utilizzata come una pietra .-

Ma,don Peppino,non era solo questo .-

Era, anche,un conversatore dalla sagacia non comune che affidava ad un tipo di sorriso labiale in leggera prominenza per rendeva il dissenso più delicato e meno severo .-

Per questo amici ne aveva tanti .-

Il suo laboratorio, con porte perennemente aperte, era un invito per molti e quasi un dovere per tutti per un fugace saluto a chi aveva vergato ,con passione,l’ultima parola per un parente salito alla gloria dei Cieli .-

Si ricongiunse a Dio nel 1970,ad 82 anni d’età.-

Tano Raneri (11.02.2004)