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VINCENZO DAMIANO

industriale

Nel rimembrar di cose ormai andate, i ricordi,spesso, assumono i contorni di sogni affidati al mondo dell’incoscio dove quel “c’era una volta” ti proietta in un malinconico alternarsi di luci e di ombre,

ma può anche capitare che lo spessore del personaggio cavalchi le proprie memorie, travalicando i confini dell’irreale per riviversi sorretto dalla forza del proprio terreno…carisma .-

Tale è il caso di don Vincenzo Damiano, persona che, avendo fatto di necessità virtù,non si concesse un attimo di respiro perché l’imponderabile fosse catalogato sotto la voce “incidente di percorso”ed il diuturno,incessante lavoro sotto quella di un imprescindibile “dovere”.-

Egli poteva apparire ,come del resto lo era,uno splendido esempio di efficienza ed intuito,ma a questa sua dote di cui non se ne faceva vanto,aggiungeva il rispetto per il suo simile, specie se questi era alla ricerca di quel, sia pure, frammento di vita per ricomporre il proprio ideale puzzle esistenziale .-

E,come è nella generosa indole dei “giganti buoni”,i problemi degli altri diventavano i propri ed i paterni consigli venivano a confortare angosce e privazioni, allontanando la deleteria logica del disimpegno o,peggio, dello scontro frontale .-

La sua filosofia di vita ,del resto,affondava le proprie radici in quella scuola di pensiero la cui accademia poggiava su ciò che proveniva da una cultura “dal profumo di campagna” dove fatalità e disegni si intrecciavano quotidianamente e seraficamente zigzagavano come in un gioco a rincorrersi .-

Appena diciottenne decise,dunque, che l’amena contrada (S.Domenica) in cui era nato e vissuto si scontrava con la sua voglia di esserci,con la sua voglia di divenire il ragionevole artefice del suo futuro, lasciando, però,che una parte di se guardasse indietro perché il passato vissuto fosse il giusto viatico per la nuova avventura .-

Certo,il giovane Vincenzo poteva sempre contare su familiari già inseriti,su una famiglia di tipo patriarcale ,su qualche importante appoggio esterno,ma preferì fare affidamento sempre sulle sue forze perché i suoi vent’anni fossero la sua riserva di energie e di propositi per il tempo a venire .-

E come era nelle tradizioni di gente dalle spalle solide e di autoctona cultura,egli affidava la sua sapienza ad aneddoti,a paradossi,a racconti perché ciò che esprimeva fosse il risvolto di una vita veramente vissuta.-

Una storiella faceva sempre capolino nei suoi riferimenti della quale se ne gloriava, avendogli dato esatta percezione di quanto siano labili i confini tra l’interesse ed il suo contrario e …”quanto sa di sale lo pane “ delle proprie convinzioni maturate troppo frettolosamente .-

Raccontava,infatti,perché ognuno capisse, che non sempre ciò che si verifica attinge a ciò che si auspica ;di quando, per un suo errore di estimo nell’acquisto di certi ciliegi,confidando nella partecipazione di un quasi parente,si ebbe una mezza ipotesi di presa per i fondelli con pronto uso di “panegirico”.

Ossia ,nessun rimborso, unitamente alla consapevolezza ,autarchicamente elevata ad assioma “pro domo d’altri”,che, per eludere, in futuro, l’errore umano, bisognava pagare lo scotto di una …ammenda pari all’entità dell’abbaglio preso: papale-papale,lo spazio intercorrente tra una pacca sulle spalle e la sigillata tasca da portafogli di una giacca di ottima fattura .-

Di sicuro,una efficace lezione mai dimenticata, a giudicare dai tanti tronchi di quercia disseminati in ogni angolo della nascente cittadina per la Ditta Vincenzo Damiano e figli .-

Poi il suo felice innesto in una delle famiglie  (Paparoni) più importanti, nel panorama dei “Due Mondi”, a rinvigorirne la progenie ed,infine,il “dettaglio” di quel suo pastificio ,unica industria manifatturiera esistente nel nostro centro .-

Non so quando ebbi la prima cognizione della presenza di don Vincenzo nella mia vita,ma se tanto mi dà tanto,oso immaginare che una sua carezza si sia accompagnata ai miei andirivieni in casa sua per coccolare una colomba divenuta, purtroppo, fin troppo familiare .-

Il mio ultimo ricordo ,il suo concedersi all’aiuto di una robinia perché ne facilitasse l’incedere  verso piazza Matteotti,regalando la sua più nitida immagine ad un ex ragazzo che gli porgeva, affettuosamente, la mano .-

Tra i due tempi un imprescindibile bisogno di ritenermi legato a don Vincenzo,per quella regola, ormai superata, di “parti parentelari extrauterini,”, che mi spingeva ad un fantasioso rapporto di “affinità a mezzo servizio”.-

Morì nel 1975 a 83 anni d’età.-

Tano Raneri