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Non
tragga in inganno il prosaico "Mico" poiché, proprio
per gli uomini di un certo "spessore", l'attribuzione
di un nome poco fonetico non può che concorrere a farne risaltare
il personaggio. Sarebbe come dire che l'inversamente "poetico"
esporsi potrebbe apportare un diretto proporzionale giovamento
con un evidente doppio vantaggio per una immagine che, di
per se, probabilmente, non necessita di alcuna promozione.
Però,
conoscendo il tipo, viene il sospetto che quel diminutivo
non del tutto elegante non fosse un fatto casuale, essendo,
il signor Domenico, l'esatto contrario del sinonimo di "riposo".
Quante domeniche abbia, dunque, santificato non è facile
sapere, ma c'è che giura che solo a Pasqua ne riconoscesse
una ed un'altra, ancora, il "19 Marzo", in caso
di coincidenza.
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E
si, perché con San Giuseppe esisteva un feeling che andava
oltre ogni prevedibile intimo rapporto tanto che, in caso
di venti molesti, don Mico non disdegnava una capatina in
Chiesa per richiamare il caro "amico" ad una più
stretta osservanza del loro fervido, reciproco, rispetto.
Uomo
solenne, dal perenne bastoncino di bambù con "capocchia"
d'oro, si concedeva agli amici con una cordialità talmente
in contrasto con i Suoi abituali domestici modi che qualcuno
di lui disse: "spassu i ghiazza e ...", ma si
trattava, sicuramente, di illazioni giacché sul palcoscenico
della vita Egli era solito recitare sempre a soggetto (?!).
Infatti,
per la Sua versatilità, contrappose l'ameno cimentarsi in
spettacolari "briscole", in cui sostanziava il
Suo estro, ad impegni ben più corposi come la gestione del
primo pastificio meccanico del comprensorio, nei pressi
dell'ex stabilimento "Arenella".
Il
Suo fibrillante carattere, però, non gli permise mai di
"appollaiarsi" su un ramo, avendo sempre necessità
di spiccare il volo. cosicché, dismessi i panni dell'industriale,
si dedicò al commercio di quadrupedi, di case e di terreni
costruendo un vero impero economico che solo il caso impedì
che si trasformasse nuovamente in denaro sonante.
Personaggio
d'altri tempi, il Suo candido cappello lasciava la canuta
chioma al vento, immancabilmente, al cospetto del gentil
sesso, verso cui godeva di particolar credito, tanto che,
benché due volte vedovo, non rimase mai veramente solo.
Ebbe,
anche, il sacro culto della reciproca considerazione, ma
ad un Suo esclusivo modo.
A
condizione, ossia, che l'amico non andasse ad infoltire
il lungo elenco di "nomignoli" ('nciurie) da Lui
attribuiti, a futura memoria, a persone che, a Suo insindacabile
giudizio, entravano in rotta di collisione con la concessione
della Sua limitatissima fiducia.
Morì
nel 1973, all'età di 89 anni, lasciando a ricordo il Suo
irripetibile personaggio e come "cimelio"la Sua
fida ed inseparabile bicicletta "femminile".
Tono
Raneri
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