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CAV. ANTONINO VALENTI
spedizioniere e delegato di spiaggia "onorario"

 

    

Sarebbe stato il mattino del Suo ultimo "Capodanno" quel lontano giovedì del 1955 quando, per un antico rituale, "u capitanu du portu" sbirciò attraverso la persiana socchiusa, verso i Suoi tanto amati relitti. Li contò, ne registrò le assenze, osservò i segni sulla sabbia e dedusse che, si, anche in quel fine d'anno la 

tradizione era stata rispettata: quelle inutili ancore erano tornate, ancora una volta,alla vita.

Austero, dai lunghi bassettoni brizzolati a cornice dei quali folti, ricadenti  baffoni ne completavano il personaggio "salgariano", il signor Nino Valenti, Capitano di Porto Onorario, scioglieva le più fantasiose immaginazioni, al canto dell'impertinente risacca, a favore di velieri dalle bianche vele dispiegate al benefico vento di libeccio. Ed era,proprio in questo immaginario collettivo che, questo canuto uomo sul cui volto il tempo aveva cessato di scolpite le sue indelebili tracce, rappresentava quel "quid" di irripetibile che madre natura elargisce a pochi eletti a riprova di un indiscusso, carismatico modo di essere.

Non mi è stato concesso, per ovvi motivi, di incrociare il percorso del Capitano, ma, cognizioni che mi provengono da sensazioni non solo epidermiche, riportano alla mia memoria fantastiche storie dal fibrillare delle quali una candida divisa della Reggia Marina Italiana vi appare incastonata in una inossidabile "classe" affidata alla discreta, amorevole custodia della Sua amatissima Rosa.

Malgrado, quindi, l'uomo apparisse dai contorni fermamente ritagliati, tuttavia, veniva talmente coinvolto dalla irrealtà suggestionale da consentirsi di stigmatizzare atti e comportamenti inalienabili come frutto di un'unica, irreversibile matrice. Cosicchè, anche se l'elegante e ricercato Capitano poco lasciava al "caso", nondimeno, per una sorta di "fatalita" perfettamente aderente al Suo lessico, non poteva non concedersi una "chance", ritenendo la "jella" nata prima del figlio di Dio.

Dalla Sua casa in riva al mare dal gusto vagamente coloniale, scrutava l'orizzonte col Suo fido, inseparabile cannocchiale ed in quel gesto celava, probabilmente, la Sua struggente malinconia per una giovinezza vissuta da intrepido marinaio tra chiglie e fondali, ingabbiato in un ermetico scafandro da palombaro.

Poi, restituito a se stesso, "solcò" le vie di comunicazione con un incarico meno fantastico, ma più remunerativo anche se l'esserne parte fu, sicuramente, da Lui ritenuto l'imponderabile frutto di quella "cosa" nata oltre venti secoli prima di Lui.

Ammainò la Sua vita ad 80 anni,  in piedi, come era nel Suo stile, accettando cristianamente che "essere e divenire" si fondessero in un unico, grande, universale progetto.

marzo 2001 (inedito)

                                                                                                     Tano Raneri   

 

 

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