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BENEDETTO CUVA
padre

 

Approdato alla "Corte del Pavone", l'eclettico giovane dalla lunga falcata non mancò di affascinare l'ultimo rampollo della dinastia che lo elevò alla dignità di accompagnatore ufficiale, nelle vesti di chauffeur con divisa.

Correva l'anno di grazia 1928!

Cosa sia potuto accadere dopo è facile immaginare.

Complici le betulle e le ginestre in fiore, l'acro odore delle felci e l'olezzar dei gelsomini, la stima per quel ragazzo dal rubicondo volto si tramutò prima in affetto e poi, quindi, come nelle favole a lieto fine, in imperituro amore.

Fu così che qualcuno venuto dalle impervie zone dei monti madoniti impalmò la "nobile" maestrina scesa ad accudire incolte menti arroccate nello spasimo di render fertile un irto ed inospitale sito (Scafa).

E fu, anche, in questo modo che "Cicciuzza", di origine nasitana, ma scafiota d'adozione, entrò prepotentemente nella vita del giovane "Nitto" (al secolo,Benedetto), condizionandone l'esistenza finchè fiato lo sorresse.

Per la verità, due sono stati i grandi amori del mistrettese.

Oltre alla moglie che sempre venerò subendone anche la preponderante notorietà, nel 1935 la Sua vita fu folgorata da una improvvisa gioia per il tanto atteso arrivo dell'erede al ...trono.

E Lui, l'erede, non mancò di far valere, quasi subito, la sua leader schip dando sfogo, con quanto fiato aveva in gola, ad un dirotto pianto da soffocare ogni gesto di carezzevole affetto.

Si seppe, dopo, consultando i luminari dell'epoca, che il lungo "guaire" dell'insofferente infante dimostrava il suo rifiuto ad affrontare gli immancabili disagi della vita, preferendo il dolce tepore del grembo materno. Insomma, il neonato di già mostrava, per così dire, chiari sintomi di indolenza (leggasi, nobiltà) che fecero felici i genitori per la sua sicura origine da geni di nobile retaggio.

Così, il "barone", come si disse poi dell'aristocratico erede, si infilò nella mente e nel cuore dei genitori che, nel proporsi al di lui cospetto, nel segreto delle mura domestiche (secondo i cognati) lo chiamavano "eccellenza".

Cominciò, dunque, per Benedetto (inteso, Nitto), come si sarà compreso, il pellegrinaggio al seguito dell'unigenito figlio maschio che sarebbe cessato solo sul letto dell'ultimo respiro.

Lo seguì in tutte le sue estrosità, in tutte le sue fissazioni  abdicando dalla Ditta Sorbello, seguendolo nella vendita  di macchine agricole (haimè), in quella di motocicli (haimè), nell'altra di auto (haimè) ed, infine, nell' "Enoteca del Capo" (purtroppo), defilandosi,però, nella cessazione di quest'ultima per causa di forza maggiore, essendo astemio. Imparò, anche, a cucinare, a far da segretario, da garzone  e da commesso, adottando gli amici del figlio (compreso me), trascurati per un'altra sciagurata "fisima": correva in motoscafo.

Ed allora, di chi  la rievocazione ? Oh,certo, del padre...ma provate un pò voi a dividere le due storie e...scusate per il disturbo.

                                                                                                  Tano Raneri 

 

 

 

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