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Vito Caruso girava per il mercato
salutando come un papa a destra e a manca. Vicè lo seguiva come un
cane fedele, annusando l'aria. Le risposte dei presenti erano
repentine, esageratamente ossequiose e prive d’anima. Con abituale
boria passeggiava fra le bancarelle del mercato del pesce,
osservava la merce in... salute e con un impercettibile cenno della
mano appiccava solerzia al venditore che gli offriva tempestivamente
la merce segnalata, con generosa paura. Gli sorrideva l’orgoglio nel
vedere quegli uomini... pupi impacciati dalla sua mera presenza. Un
incontrollabile ghigno gli scattava agli angoli della bocca e a stento
conteneva la voglia di scaricare un bel calcio nel didietro al
lecchino di turno. Non poteva farlo. Non poteva permettersi di
scheggiare la sua autorità con un atto di debolezza. Persino la
natura, nel disegno della figura imponente, sembrava averlo
predestinato al ruolo di potente. Si ergeva su tutti e sopra tutti
aveva il predominio assoluto.
Indossava un vestito di tela bianco con una camicia scura di seta e
una cravatta dai colori sgargianti. La punta di un fazzoletto dello
stesso colore della camicia spuntava dal taschino superiore della
giacca, scarpe in tinta con l’abito, immacolate, e capelli neri
pettinati con cura all’indietro, resi luminosi da un generoso strato
di brillantina. Malgrado la giornata assolata, non portava occhiali da
sole. I suoi occhi magnetici erano liberi di indagare. Le due piccole
sfere nere passavano in rassegna il contesto con vivacità inaudita.
Sembravano attraversare uomini e oggetti.
“Voscenza binirica, Don Vito, aviti comanni?”
Era arrivato al banco dei pesci più freschi del mercato e come sempre
Virticchiu, u pisciaru per eccellenza del borgo, come se lo aspettasse
da tempo, con un largo gesto del braccio gli metteva a disposizione la
mercanzia. Vito gli concesse un sorriso. Conosceva Virticchiu sin da
quando, murvusu, giocava con la palla in quello spiazzo. Ricordava
bene i rimproveri di Virticchiu che, ad ogni piè sospinto, non mancava
di alzare la voce “Picciotti, a vuliti finiri? Itivinni a jucari
pagghiri ddà, chi cca io a travagghiari. Avanti, spicciativi sinnò vi
tagghiu u palluni”
Ricordava altresì come prendeva sempre le sue difese quando s’appizzava
con gli altri ragazzini per una minchiata. E adesso… gli parlava di “vossia”,
adesso era un pezzo da novanta, i delitti consumati gli avevano
restituito rispetto.
“Senti, Virticchiu, fammi ciaurari sti gamberoni. Sono freschi, ah?”
“Freschissimi, Don Vito, piscati ’sta matina”.
Vito tagliò la testa del gambero e ne succhiò il contenuto
gocciolante, quindi con un solo gesto libero dalla corazza l’addome
del gambero e ne mangiò avidamente la polpa cruda.
“Buono. Dammene un altro”
“Ai suoi comandi, don Vito. Pi voscenza è tuttu gratissi. Ci ni
preparu un cattasu?”
“ No, lascia stari Virticchiu. Dimmi ‘na cosa: avissi bisognu di ‘na
decina di arausti…”
“Dumani, dumani l’aspettu. Si mi manna a Vicè ci li fazzu aviri
frischi frischi”.
Gli piaceva inquietare Virticchiu, d’altronde già il fatto che si
soffermasse fra i suoi marmi era motivo di grande considerazione
sociale, un segno di rispetto che gli altri commercianti non potevano
ignorare.
Tutto si svolse in uno scattiu di suli. Da una stradina laterale
sbucarono in processione due motorini a tutto gas. Vito vitti
sbiddiari i caschi, ma non ebbe il tempo, una raffica di automatiche
lo colpì senza potersi catamiarisi. Cadde pesantemente sulla balata
scavezzandosi sulle seppie. Il bianco del vestito s’imbrattò di nero e
di sbrizzi di rosso, mentre la confusione più totale esagitò quella
tranquilla mattina domenicale.
“Chi successi?”
“Bedda matri, a Don Vito spararu”
“Curriti, curriti, chiamati l’ambulanza”
Si ritrovò, all’improvviso, a camminare in un ciottolato di nuvole.
Aveva lo stesso vestito bianco, ma anche la camicia era magari bianca.
“Ma chi mi sta succirennu? Unni sugnu, ma cca non c’è nuddu?”
“Vicè, unni cabasisi si, possibili chi ci voli un’eternità p’accattari
i sigaretti? Vicè, Vicè, bedda matri arrispunni, sinnò…”
“Sshh, vuoi arruspigghiari i santi, ancora non l’hai capitu chi si d’addrabbanna”
“Cu è, cu sta parlannu?”
“Virticchiu sugnu, chi fa, non mi viri?”
Vito si girò disperatamente attorno, ma di Virticchiu non c’era
nemmeno l’ummira.
“Sugnu cca sutta, luntanu, calmati Vituzzu, mi viri?”
Vito abbassò lo sguardo e vide dabbasso. Per la prima volta in morte
sua sentì la paura. Come al cinematografo vide lo schermo sotto le
nuvole e i fotogrammi che scorrevano sembravano reali. La piazza del
mercato, il suo corpo scatafasciato sulla balaustra di marmo, in fermo
immagine ‘nzivato di sangue e nero di seppia, e ai suoi piedi
Virticchiù che sembrava dormire con le mani al petto.
“Virticchiu, oh Virticchiu, ma unni si?”
“Non mi puoi vidiri, Vituzzu, io ancora aju a trapassari”
“Ma chi significa, ca io sugnu mortu?”
“Certo, picchì ancora non l’hai capitu?”
“Non può essere, a fari ancora tanti cosi. Me mogghi, i me figghi, non
può essere, ma picchì: si mori accussi, senza avvisari?”
“Ti piaciu fari u gradassu, ti l’avia rittu quannu eri picciriddu:
Stai attentu, Vituzzu, chi mali ti finisci”
“ E ora chi fazzu? Chi mi tocca cu la morti, a lassari tuttu chiddu c’avia.
Cu furu sti cornuti chi mi spararu, vinnitta vogghiu, c’ha sucari u
sangu a sti maliritti”
“Ma allura non hai capito niente? Nuddu si ora, pentiti di piccati chi
facisti ‘n terra, picchi cca ‘n cielu i pezzi di novanta sunnu
terribili.”
“E tu, tu picchi ancora non trapassi? “
“Picchi sugnu fra cielu e terra. Ancora non sacciu si campu o moru.”
“Allura chi significa: chi tu puoi riturnari?”
“Forsi, capaci di sì, l’ava a diri u Signori”
“Allura si ritorni dda sutta, tu ma vendicari”
“Ma chi dici, cretino? Ma allura non hai capito niente? A pinsari a
l’anima tua, altro che vinnitta.”
“Ah, chi sugnu sventurato, iu, così pienu di vita, di forza, d’amuri,
aju sprecato la mia vita. E ora me mogghi, i me figgi, comu fanno
mischini?”
“ Sulu chisto posso fare, dirici a to mogghi chi l’ultimu pinseri pi
idda fu. Ora mi nn’ha ghiri, mi chiamanu, sugnu ancora vivo.
Salutamo, Don Vito, voscenza binirica”.
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