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LE
QUATTRO ANIME
Era in uso,qualche secolo fa,che,per abbassare
la “cresta” alle anime del cimitero in odor di albagia,queste
venissero inviate in villeggiatura presso altri luoghi santi a far
comunione con consorelle colà convenute .-
Naturalmente,i preposti alla organizzazione
facevano in modo che mai anime della stessa estrazione sociale
finissero col passeggiare assieme,per ovvi motivi e che il numero
fosse esiguo per evitare l’insorgere di sopiti istinti .-
Così,con questi opportuni accorgimenti,si potè
verificare che in un
giorno qualsiasi di qualche tempo fa quattro ospiti di questo
“aureolo” luogo gironzolassero all’interno di canoni
giardini,disquisendo del più e del meno .-
Il discorso,come sempre accade ,dopo alcune
banalità di circostanza,fu incanalato,dal più importante dei
quattro,verso un marginale argomento con l’intento di
condurlo,sapientemente,sul differente lignaggio, a dispetto della
“Livella” di De Curtisiana memoria .-
Esordì,dunque,don Carlos,prendendo spunto
dall’amenità del luogo,accennando ,con indifferenza,ad analogo
giardino dirimpetto la sua abitazione,in agro di NASO,che al
prospetto offriva ben OTTO FINESTRE ed un GRANDE ANDRONE, frutto di
cruenti lotte dei suoi avi .-
E non si fermò,infierendo ancora sulle
malcapitate,con le innumerevoli camere,la servitù,le carrozze,le
stalle,i coloni ed,infine,con una STATUA ricavata da una arcata
monolitica, riproducente la sua effige
con BAFFI,ad esempio ed imperitura memoria per la sua
progenie .-
L’idioma di don Carlos era appena
comprensibile perché
intriso di romanticherie proprie della sua epoca che risaliva
attorno al 1790,anno in cui rese l’anima a Dio per una banale
caduta dalle scale dell’avito palazzo.-
A sua memoria i resti incrostati di un
monumento equestre nel cimitero cittadino.-
Finito che ebbe di blaterare,prese la parola
don Giovanni,deceduto attorno al 1850,uomo di grande virtù per
questo assurto alla dignità di amministratore di aziende baronali.-
Don Giovanni cominciò,a sua volta,raccontando
del suo attaccamento al lavoro e della premiata sua laboriosità e
solerzia con l’acquisto di un vasto podere ed annesso ampio
fabbricato prospiciente una piazza in quel di NASO,frutto di
indicibili rinunzie,con ben OTTO BALCONI frontali,un GRANDE
INGRESSO,sale e salotti ed un BUSTO con BAFFI,mancante di naso ed
orecchie,il tutto lasciato ai figli a futura, indelebile memoria .-
Seppellito nel luogo santo di città con busto
e sguardo lontano,luogo di riposo delle tortorelle stanziali.-
La cosa venne appena,appena digerita da
Sabbaturi Facciazza,in arte “u ciciraru” per l’utilizzo della
sua materia prima, morto
nel 1930,provetto “caliaro” dal futuro fecondo,titolare di
attrezzature per simultanei banchetti nuziali,il quale parlò di un
condominio (all’uso moderno) con due appartamenti prospicienti una
piazza a NASO,dotati di ben OTTO BALCONI e di un busto marmoreo
senza testa,lasciato all’ingresso dell’ampio PORTONE ad
attestazione delle antiche origini del manufatto e suo personale
orgoglio,da trasmettere agli eredi come fulgido esempio della sua
capacità imprenditoriale .-
Tumulato sotto un robusto lastrone di lucido
granito sormontato da una coppia di angeli alati nel gran camposanto
della sua città d’origine .-
Così si accingevano
ad uscire dal parco tronfi e pettoruti quando,ancora
insoddisfatti,tutti e tre vollero affondare,con cattiveria,il
bisturi nell’anima candida del mite Peppiniello,di origine
napoletana,dalla giacca cadente e dalla coppola unta .-
Lui,in questa vita, non aveva avuto palazzi con
balconi,ma domande disattese per case popolari;non aveva avuto
aziende agricole, ma mesi e mesi di disoccupazione;non aveva avuto
momenti di gloria,ma moglie e figli da sfamare tutti i santi giorni
.-
Ed ora era là col suo fardello di niente,senza
la gioia di raccontarsi,morto non importa quando,senza
rimpianti,senza ribellioni,inumato senza un cippo di pietra che ne
ricordasse la sua fugace esistenza.-
Senza eredità,certo,ma anche senza eredi che
ne accelerassero la dipartita per dilapidare ,come per i suoi
occasionali ignari compagni di viaggio ,il ricavato dello stesso
fabbricato, fonte di inutile superbia.-
Tano Raneri (22.05.1997)
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