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IL PREGIUDIZIO

Pregiudizio: una parola decisamente scomoda perche' rinnegata ed ancorata,prima ancora che se ne intravedano i contorni di un attenzionarsi, senza beneficio d'inventario, a discutibili preconcetti

Eppure in ogni aspetto della nostra vita abituale questo gratuito attingere all'accettazione passiva di convinzioni correnti e' all'ordine del giorno

II primo "pregiudizio", infatti comincia in famiglia, nei confronti dei suoi più' deboli componenti, mitigato da un  provvidenziale, benefico affetto che ne addolcisce i contorni, rendendolo irriconoscibile.

L'altro,quello più' impegnativo per la nostra vita di relazione, investe vari aspetti del nostro rapportarci a persone, a loro categorie, e ad ambienti preconcettualmente rifiutati, più' che per analisi oggettiva, per ereditata congettura.

L'ultimo, in ordine di importanza, ma non il solo, il rifiuto sistematico, ancorche' categorico, di quanto non appartiene alla nostra sfera di abituale visione del mondo, più' prossima al nostro limitato punto d' osservazione.

Puo', dunque, accadere che…

"II treno regionale scorreva pigro lungo la tratta, alternando improvvise accelerate a prolungate soste in stazioncine secondarie, in attesa dello scorrere del più' scalpitante ‘espresso’

Nello scompartimento, sotto un sole d’agosto, alle due del pomeriggio, di ritorno da convegni impegnati una signora con borsa casual, e due signori senza bagaglio disquisivano sugli interventi dell'appena terminato simposio. Nello stesso vano, un povero nero, matido di sudore, ma assolutamente indisponibile ad aprire ciò' che potesse essere un minimo spiraglio di finestrino.

Cosicche', fatalmente, il discorso si sposto' sull’immigrazione, sulla mancanza di una adeguata normativa, sulla presenza ingombrante di esseri, per origine ed educazione, diversi e così via discorrendo.

I due signori, con qualche piccola differenza di esposizione, su cui convenivano all'unisono come ministri di culto, si dicevano fondamentalmente d'accordo con l'immigrazione di colore, a condizione che a quest'ultima venisse operata una sorta di "normalizzazione", per apparire diversi solo nell’aspetto.

Per la donna,invece, l'Italia doveva essere restituita agli italiani, il posto sul treno a chi sapeva capire la nostra lingua e farsi comprendere per realizzare, almeno in quel momento, per quale "maledetto motivo non si potesse usufruire di uno stramaledetto spiffero".

Ed il discorso continuava senza tregua con qualche distratta occhiata sul nero, il cui aspetto si faceva sempre più' penoso e sofferente.

Sicche', ad un certo punto, ora che il treno si era rimesso in corsa, la signora ruppe ogni indugio e, dicendosi indisponibile ad assistere alla "fine" di un "muto" immigrato, lascio’ lo scompartimento per rinfrescarsi qualche metro indietro.

Ma non fece in tempo ad aprire il finestrino che anche il malcapitato aperse il suo, mise fuori la testa e diede di stomaco con quanto forza aveva.

I due signori non ressero alla vista e scapparono, mentre la donna, così, come approssimativamente appariva, si proietto' per dare aiuto.

Stese l'infelice, apri' la sua valigetta traendovi l'unica asciugamano che mise sul suo petto, massaggiando con quanto energia aveva in corpo. Chiamo' poi, il "113" e mentre un elicottero volteggiava sul convoglio scoprì che il bagaglio dell'occasionale compagno di ventura, Dottor Ab-du Lat Bemba, conteneva le stesse pubblicazioni riposte nella di lei borsa da viaggio.""

E' caduto,dunque,almeno una volta tanto,un "tabu’"?

Forse, piu' realisticamente, un atto di "carità", dettata, piu' che da fraternita', da un "peloso" dovere civico.

3 marzo 1997

Tano Raneri

 

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