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LO SCALO MERCI

 Un inchino riverente,sommesso,rispettoso ad un retaggio che contraddistinse,per diversi decenni, l’ostentata imponenza di uno scalo ferroviario, variamente attrezzato ed indelebilmente fissato nei ricordi dei tanti bambini, figli adolescenti dell’ultima guerra.-

Esserini posti,anzitempo, al cospetto di una nuda realtà dove la crudeltà degli accadimenti travalicavano il rispetto per una condizione di estrema esposizione, ancorché trattata con zelo e delicatezza.-

L’ immaginario collettivo,insomma, di un latente bisogno,annacquato da falsi pudori, che abiurava la distinzione di ruoli,rimescolando  circostanze e povertà mentali, senza dilazione alcuna.-

Chi scrive, ebbe la ventura di vedersi gratificare con biscotti e caramelle dai soldati americani, di stanza nello scalo e di aver avuto il suo primo impatto con la dama falcata, appena seienne,in un vagone di seconda classe posteggiato sotto quella tettoia che ora non c’è più.-

In quella tragica sera d’estate ,l’ urlo di terrore mi  restituì al ruolo di bambino e il carabiniere al suo di piantone.-

Non vi erano spazi preclusi,in quel tempo,non vi era timore a profanare,né riverenza per le altrui necessità perché lo stato di precarietà legittimava anche l’illecito avventurarsi,per diritti negati, nei discutibili pretesi doveri .-

Eravamo i sciuscià di napoletana memoria ,con qualche variante,ogni qual volta si presentasse l’emblema palpante del provvisorio incombente.-

Bisquit ? Caramou ? Ed il “marine” ci dava anche di più,quando non era il macchinista in transito a rifornire di carbonfossile,in cambio di qualche arancia, le eroiche falene dei fabbri locali.-

Naturalmente,ad ognuno il suo,secondo i bisogni delle loro famiglie.-

Ma torniamo allo scalo.-

Non so quanti di voi sanno di un groviglio di binari e di intrigati scambi a mano della esigua area che si apriva al razzolare della curiosità infantile.-

Chissà quanti di voi hanno memoria di una grossa cisterna,di colore grigio-chiaro-scolorito, posta tra i due primi binari,adibita a contenere l’acqua destinata ad una altissima bocca idrica per  le locomotive sbuffanti che ne avessero avuto bisogno.-

Chissà quanti di voi ricordano una fontanella, raramente, umida;un giardinetto, raramente, in ordine;un vasca, raramente,con pesci e del punto  ristoro,rigorosamente di legno,in stile liberty, del piazzale.-

Sulla parete della stazione,un attrezzo con otto pulegge decentrate e otto leve manuali, per abbassare ed alzare i “dischi”(i semafori con braccia),a goduria dei soliti curiosi beati per l’”alta tecnologia” all’olio di gomito.-

 Tutto ciò mentre l’emozione dell’arrivo del treno,al petulante suono del campanello (c’è, ancora), stimolava la pipì dell’ intimorito  bambino tenuto stretto dal più adulto fratello.-

Poi gli anni divennero otto o,forse,nove e lo statico scenario ebbe un sussulto.-

Ora,erano le “tradotte” con carri merci, stipati di reduci, che  restituivano alle famiglie sposi,figli e fratelli a  meravigliare lo sguardo attonito di uno smarrito adolescente.-

Un mondo lontano mille miglia dai nostri tempi e da quelli di quel bambino che visse la  disavventura di imbattersi in un cadavere disteso su un cuscino di quella vettura in sosta sotto la tettoia dello scalo.-

Certo,un’altra esistenza,un altro vissuto che molto rapidamente,per l’evolversi di accadimenti favorevoli, riportò,da lì ad un paio di lustri, la civiltà del progresso,destinando fatti e personaggi di allora  a formare un bagaglio di dolorosi  ed educativi ricordi.-

19 aprile 2013-04-18                                                           Tano Raneri    

 

 

 
chilo di zucchero